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Dalle belle città Autore: Testo di Emilio Casalini “Cini” e musica di Angelo Rossi “Lanfranco” Anno di composizione: Risale circa al marzo del 1944 Origine: Il canto nasce in provincia di Alessandria, tra i partigiani del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi “Liguria” dislocati alla cascina Grilla, dei quali diventerà l’inno. In seguito la canzone si diffonderà tra i partigiani della VI zona operativa “Genova”, divenendo una canzone della brigata Mingo. Note: Conosciuto anche come “Siamo i ribelli della montagna” è uno dei pochi canti del canzoniere partigiano che non si rifà alla tradizione militare o popolare, a inni del movimento operaio o internazionale. Originale nel testo e nella musica. È un testo per molti aspetti paradigmatico, e per i contenuti, e per la qualità della sua "scrittura", che rivela un certo grado di cultura. Sin dall'incipit denuncia la sua origine urbano-metropolitana (genovese, per la precisione) tracciando quella simbolica opposizione "belle città/aride montagne" che appare come lo specimen della traiettoria di una rivolta politico-morale partita dalla città ma vissuta nella campagna, nel paesaggio aspro e selvaggio dei monti. I principi ideali che animano la lotta partigiana (giustizia, libertà, fede in un mondo migliore) si conquistano a duro prezzo ("viviam di stenti e di patimenti") alla severa scuola della montagna, in cui si dissolvono come per incanto differenze sociali, privilegi, egoismi. Curiosità: L’autore delle parole, nonché comandante del distaccamento dove nacque la canzone, rimase ucciso nel rastrellamento del 5-8 aprile 1944 che investì la zona operativa della sua Brigata nel quale verranno trucidati dai tedeschi e dai fascisti oltre 100 tra civili e partigiani. Scrive la musica un altro partigiano,Angelo Rossi, già studente di musica, il quale annotò le note del canto su un pezzo di carta da pacchi durante il servizio di sentinella. E' commovente pensare che appena qualche settimana dopo la composizione di questo inno, sull'altopiano del Tobbio si abbattè un uragano di ferro e di fuoco, e molti di quei coraggiosi "ribelli della montagna" finirono fucilati alla Benedicta o al passo del Turchino, braccati sui monti come belve, uccisi in battaglia o deportati nei campi di sterminio. Con i sopravvissuti, sopravvisse anche il canto, che divenne il simbolo della rivincita morale contro la ferocia del nemico, il segnale della riscossa partigiana, e come inno della rinata Divisione "Mingo" accompagnò il movimento di liberazione ligure-piemontese sino alla vittoria finale . |